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È per difendere la fede cattolica che ritengo necessario rispondere all’appello dei laici e dei sacerdoti che si rendono conto della gravità della situazione nella quale si trova oggi la Chiesa, per provare, al mio livello, di fornire loro le ragioni e le cause di questa crisi e scoprirne, perciò stesso, i rimedi. Non vengo qui a difendere una tesi o un qualsiasi orientamento da parte mia nella Chiesa, vengo realmente per difendere la fede, come ho fatto un mese fa in Canada e qualche tempo prima in Inghilterra e in Belgio.

La Chiesa e il liberalismo

Mi sembra impossibile comprendere la situazione attuale della Chiesa senza fare riferimento alla sua situazione da un secolo a questa parte. Lungo tutto il corso dei secoli XIX e XX, i papi come Pio VI, Pio VII, Gregorio XVI, Pio IX, san Pio X e Pio XII hanno dovuto lottare contro il liberalismo e gli errori del cattolicesimo liberale. Sono stati obbligati ad affermare costantemente la verità della Chiesa, unico mezzo di salvezza, e la necessità di aderire ad essa sola, poiché essa sola possiede tutta la verità che Nostro Signore Gesù Cristo le ha affidato.

I principi del liberalismo

Su questo punto, i liberali avevano un’idea diversa, che i papi hanno costantemente rifiutato ma che, ciò nonostante, è sempre tornata in superficie e può spiegare la situazione attuale della Chiesa: hanno sempre voluto unire i principi della Rivoluzione del 1789 con quelli della Chiesa [1].

Questi principi voi li conoscete, sono quelli del protestantesimo. Ora, quest’ultimo è essenzialmente liberale ed è da lì che sono usciti i filosofi del XVIII secolo: Voltaire, Rousseau, Diderot e tutti coloro che si sono fatti i portavoce di una filosofia liberale, nel senso della liberazione da ogni costrizione e specialmente dalla costrizione della verità. La verità obbliga le nostre intelligenze a conoscere le cose così come sono, nella loro realtà che si impone a noi.

Ma il liberale non vuole che gli venga imposta una verità dall’esterno tramite la fede, la Rivelazione o la Chiesa, egli vuole farsi la sua personale verità, vuole liberarsi dal dogma. In nome della sua intelligenza, della ragione umana, della scienza, il liberale rifiuta dunque in questo modo la fede.

Infine, terzo elemento del liberalismo, il liberale vuole liberarsi dalla legge. Ritiene che spetti alla sua coscienza essere la sua norma e la sua legge, e rifiuta, di conseguenza, ogni legge morale. È questa libertà che si trova al fondo del liberalismo. A causa di essa, il liberale respinge ogni autorità: quella di Dio che è la verità, quella di Gesù Cristo che è la Rivelazione, quella della società. Così, a partire dal protestantesimo, e attraverso quei filosofi, quei liberali e tutti coloro che sono ad essi succeduti, stiamo arrivando alla distruzione totale della società.

L’infiltrazione del liberalismo nella Chiesa

Fino al Concilio Vaticano II, si può dire che la Chiesa, con la voce dei suoi papi, aveva sempre resistito al liberalismo. Aveva sempre condannato i suoi errori e  ricordato la necessità di accettare la verità, la fede, la legge. Perciò si vede l’opposizione profonda: poiché il liberale è contro l’autorità, non possono coesistere tutti e due insieme.

Ma il liberalismo si è introdotto lentamente all’interno della Chiesa, penetrando inizialmente nella mentalità dei seminari e, in seguito, in quella dei vescovi e degli uomini di Chiesa. Questi ultimi hanno voluto così aderire agli stessi principi e pensare che la Chiesa poteva, anch’essa, adottarli senza pericolo. È ciò che è avvenuto con il Concilio, il quale non è stato altro che una prova di assimilazione dei principi del liberalismo, un esperimento di unione tra la Chiesa e i liberali. L’ho già detto spesso nelle mie conferenze: la collegialità, l’ecumenismo e la libertà religiosa sono i tre argomenti principali che sono stati discussi con maggiore passione al Concilio. Ora, osservate bene, essi corrispondono esattamente ai tre principi liberali della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità. La libertà, è la libertà religiosa. Si è voluto introdurla non come la concepiva la Chiesa, ma così come la concepiscono i liberali e la Rivoluzione. L’uguaglianza è la collegialità, cioè la democrazia introdotta nella Chiesa. E l’ecumenismo è la fraternità: si devono abbracciare tutti, i musulmani, i protestanti, i buddisti, tutte le religioni, perché siamo tutti fratelli.

Ebbene, questi sono i principi della Rivoluzione che sono stati introdotti nel Concilio tramite queste tre idee, perché mai si era concepito l’ecumenismo nel modo in cui il Concilio lo ha concepito. Si conoscevano i concili ecumenici, cioè i concili generali dove si riuniscono tutti i vescovi. Si conosceva anche l’Unione ecumenica delle Chiese, che è l’unione protestante. Si era anche iniziato a fare ecumenismo un po’ prima del Concilio,  ma con molta prudenza: solo un certo dialogo tra protestanti e cattolici. Ma l’ecumenismo così come lo si intende ora  ̶  e di cui si vedono le conseguenze nelle inter-comunioni tra protestanti e cattolici o in quella specie di fusione del culto e della preghiera con tutte le religioni  ̶  questo ecumenismo è un falso ecumenismo ed è per causa sua che stiamo arrivando veramente alla distruzione della religione cattolica.

La libertà religiosa

Allo stesso modo, la libertà religiosa nella bocca dei papi, poiché ne hanno sempre parlato, era la libertà della religione e non la libertà delle religioni, che non è per niente la stessa cosa. I papi hanno sempre proclamato la libertà della verità, della vera religione, la religione cattolica, ma non di tutte le religioni né dell’errore. Queste possono usufruire della tolleranza, ma senza avere gli stessi diritti. È ciò che ha detto in modo molto esplicito il papa Pio VII quando si lamentò con Luigi XVIII della libertà dei culti che prima non esisteva in Francia: «Per il fatto stesso che si stabilisce la libertà di tutti i culti senza distinzione, si confonde la verità con l’errore e si mette al livello delle sette e del perfido giudaismo la Sposa santa e immacolata di Cristo, la Chiesa, al di fuori della quale non ci può essere salvezza». Tutti i papi hanno detto la medesima cosa. Ora, leggete l’atto del Concilio sulla libertà religiosa [Dignitatis Humanae, n.d.t.] e vedrete che praticamente si chiede a tutti gli Stati di mettere tutte le religioni sullo stesso piano e dare loro gli stessi diritti, affinché possano avere tutte la loro organizzazione, le loro scuole, la loro stampa, perché possano tutte diffondere le loro idee. Ciò è di una gravità eccezionale. Per questo fatto occorrerà rivedere tutti i concordati con gli Stati cattolici, e sarà in nome della libertà religiosa che si chiederà loro di cambiare non solo i concordati ma anche le  costituzioni.

Posso portarvi l’esempio concreto della Colombia, che si può del resto applicare benissimo alla Spagna. Mi trovavo proprio in Colombia quando il Presidente della Repubblica ha annunciato alla popolazione che, su richiesta della Santa Sede, era stato tolto il primo articolo della costituzione che statuiva: «La religione cattolica è l’unica religione riconosciuta dalla Repubblica colombiana». Ha espresso il suo rammarico, perché si rendeva conto che molti cattolici erano sconcertati dal pensiero che fosse stato eliminato il regno sociale di Nostro Signore Gesù Cristo dal loro paese. Ha aggiunto che, essendo cattolico, avrebbe  cercato di avere sempre un rispetto immenso per la religione cattolica e che avrebbe fatto sempre il possibile per la Chiesa, ma che ormai quella non sarebbe stata più l’unica religione riconosciuta ufficialmente dalla Colombia. Il Nunzio ha fatto un discorso sul progresso, sullo sviluppo, sulla dignità umana, che avrebbe potuto essere tenuto da un massone. E il presidente della conferenza episcopale ha pronunciato un terzo discorso, riferendosi semplicemente al documento conciliare Sulla libertà religiosa, per giustificare il fatto che la religione cattolica non sarebbe stata più la sola riconosciuta nella Repubblica colombiana benché, e il Presidente della repubblica lo aveva detto, il 98% dei Colombiani fossero cattolici e soltanto il 2% non cattolici. In seguito ho saputo dal segretario dell’Assemblea dei vescovi che per ben due anni avevano assediato la Presidenza della Repubblica a nome della Segreteria di Stato di Roma per arrivare a quel punto. Questo esempio è molto grave e riguarda innanzitutto la Spagna poiché si può essere certi che attualmente le medesime persone, nella Santa Sede, vogliono anche per essa non solo la soppressione del concordato ma anche il cambiamento della costituzione [2].

Nel 1947, [Francisco Franco, n.d.t.] fa votare una legge di successione che ristabilisce la monarchia in Spagna, «Stato cattolico e sociale».

Nell’agosto 1953, come aveva fatto Alfonso XIII, conclude un nuovo concordato con la Santa Sede.

Dopo la chiusura del Vaticano II (l’8 dicembre 1965), le cui conclusioni e applicazioni hanno fortemente turbato il clero spagnolo, sotto la pressione della Santa Sede il generale Franco fa adottare, nel novembre 1966, una riforma costituzionale che riconosce il principio della libertà religiosa, pur rimanendo il cattolicesimo religione di Stato.

Il 22 luglio 1969, le Cortes ratificano la scelta del nipote di Alfonso XIII, Juan Carlos di Borbone, come successore del Caudillo con il titolo di re.

Mentre lo stato di salute del generale si fa  molto preoccupante (morirà il 20 novembre 1975), don Juan Carlos è investito dalle Cortes dei poteri di capo dello Stato il 30 ottobre 1975; ma, il giorno dopo, esse modificano la Costituzione e riaffermano «la libertà di coscienza», non avendo più il cattolicesimo lo status di religione di Stato.

Nel quadro delle riforme post-conciliari, poiché il Vaticano non voleva più sentir parlare di concordati tra la Santa Sede e gli Stati, nel 1979 tra Roma e Madrid viene concluso un semplice accordo riguardante in particolare lo scambio delle rappresentanze diplomatiche.

Vi chiederete certamente come abbiano potuto, i padri conciliari, accettare una cosa simile. E tuttavia vi garantisco che eravamo  duecentocinquanta i vescovi che avevamo compreso il pericolo gravissimo che correvano tutti gli Stati cattolici con tale Dichiarazione sulla libertà religiosa e che abbiamo fatto perciò di tutto per impedire che passasse. Perché, in definitiva, essa si riassume in ciò, che lo Stato non può aderire alla vera religione, ma deve al contrario permettere che tutte si sviluppino in piena libertà, senza occuparsene. Ma questo è assolutamente contrario al regno di Nostro Signore Gesù Cristo e al fine stesso della Chiesa.

Perché esiste la Chiesa sulla terra se non per propagare il regno di Nostro Signore Gesù Cristo e, con Lui, portare la civiltà cristiana, l’unica civiltà valida? Perché non vi è nulla al di fuori di Nostro Signore Gesù Cristo, san Pietro lo ha detto: Non est in alio aliquo salus, non ci è stato dato alcun altro nome sulla terra per essere salvati se non quello di Nostro Signore Gesù Cristo. Di conseguenza, se uno Stato è cattolico, con il suo capo e il 98% della popolazione, è dovere del capo di Stato conservare la fede, unica fonte di salvezza, e  contribuire così all’opera della Chiesa per tenere le anime unite a Nostro Signore e salvarle per l’eternità. Egli deve perciò rifiutare le altre religioni, o concedere loro solo una certa tolleranza se non può fare altrimenti. Ecco ciò che la Chiesa ha sempre insegnato sul ruolo di ogni capo cattolico di uno Stato cattolico.

Al Concilio, per cambiare tutto questo, si sosteneva che, qualora non ci fossero più Stati cattolici, la Russia accetterebbe a sua volta la libertà religiosa, a buon rendere. Ma era un pretesto per abbindolarci perché, in definitiva, anche coloro che ce lo dicevano, sapevano benissimo che la Russia non avrebbe mai accettato una cosa simile.

Di conseguenza, l’unica ragion d’essere della Dichiarazione sulla libertà religiosa viene dalla massoneria, il cui scopo è di eliminare il regno di Nostro Signore sulla terra e stabilire una specie di religione universale. Ora, tutto quello che non proviene da Nostro Signore Gesù Cristo proviene dal diavolo, inevitabilmente.

Il padre Congar, quando gli spiegavano che, per salvare le anime, la Chiesa doveva necessariamente proclamare la verità e la rivelazione di Nostro Signore Gesù Cristo, rispondeva che ora queste cose non venivano più considerate dal punto di vista della verità ma da quello della dignità umana. Ma che cos’è la dignità umana se non amare la verità e il bene? Ora, siccome la verità e il bene sono Nostro Signore Gesù Cristo, eccoci di nuovo ricondotti a Lui! Ma se, con il pretesto della dignità umana, bisogna lasciare che ciascuno scelga liberamente la propria religione, se queste ultime si equivalgono tutte, la Chiesa non può più essere missionaria e non può più predicare il Vangelo.

La Dichiarazione sulla libertà religiosa è dunque un testo che demolisce la Chiesa nei suoi fondamenti più solidi e il suo spirito missionario, che manda in rovina tutti gli Stati e tutte le società cattoliche.

La collegialità

Veniamo ora alla seconda realtà, quella che ha introdotto la democrazia nella Chiesa: la collegialità. Perché la collegialità? Per introdurre il seguente principio, che è contrario ad ogni autorità, sia essa quella del Papa, dei vescovi o di un parroco: si devono sempre consultare gli inferiori perché bisogna far partecipare la base all’esercizio dell’autorità. Ma questo è gravissimo, soprattutto nella santa Chiesa, in cui l’autorità è personale. Per esempio, l’autorità del Papa scende direttamente da Dio alla sua persona, perché i cardinali non fanno altro che designarlo, non gli conferiscono l’autorità. Allo stesso modo, l’autorità del vescovo sulla sua diocesi gli proviene dalla consacrazione. Il parroco ugualmente è nominato a capo della sua parrocchia e riceve l’autorità dall’alto, non certo dai suoi parrocchiani: riceve la sua autorità da Dio perché partecipa dell’autorità di Dio.

D’altronde, qualsiasi autorità viene da Dio, come scrive san Paolo: Omnis potestas a Deo. Anche il padre di famiglia, anche l’ultimo di coloro che esercitano un’autorità su altri, partecipa sempre in un certo qual modo dell’autorità di Dio. Ora, il principio della collegialità entra in conflitto proprio con tale autorità, perché si creano sinodi, consigli presbiteriali, consigli episcopali, senza i quali in pratica l’autorità non può agire moralmente più da sola, anche se lo può ancora fisicamente, pena il rischio di incontrare difficoltà considerevoli. Così il vescovo non può fare più nulla senza il suo consiglio presbiteriale, il parroco senza il suo consiglio parrocchiale, il Papa senza il sinodo o le conferenze episcopali.

Quante volte, ora, quando presentiamo un’istanza al Santo Padre, sentiamo che le congregazioni romane ci rinviano alla conferenza episcopale. Essa diventa così uno schermo tra i vescovi, i sacerdoti, i fedeli e il Papa, mentre in  precedenza il Papa era il padre di tutti, e il più piccolo dei laici poteva scrivergli e riceverne una risposta, sapendo che la sua causa sarebbe stata ascoltata e studiata. Ma oggi neanche i vescovi possono rivolgersi direttamente al Papa: si risponde loro di rivolgersi alla conferenza episcopale.

Ora, la conferenza episcopale non è un’istituzione divina e, introducendo simili organi democratici, è stato effettivamente distrutto l’esercizio dell’autorità divina all’interno della Chiesa. Tutti i vescovi hanno timore gli uni degli altri e, per esempio, se si chiede loro di prendere una decisione su un seminario o sul catechismo o sulle loro scuole, rispondono che non sono liberi, e che non possono fare nulla senza consultare i loro confratelli della conferenza episcopale o questa o quella commissione. È molto grave, perché un vescovo che non ha più la libertà di comandare nella sua diocesi non ne è più il padre. Certamente, è molto utile che i vescovi accettino consigli, ma ciò era già previsto dal diritto canonico precedente. Il vescovo aveva un consiglio, ma soltanto con potere consultivo e non deliberativo. Lo convocava liberamente e ne nominava i membri lui stesso, mentre ora tutti questi consigli sono eletti, vale a dire che i membri  vengono imposti al vescovo. Parimenti le conferenze episcopali non sono una cosa cattiva se il loro potere è limitato a una migliore intesa, per esempio in vista di realizzare un seminario, un’università o di dar vita a un giornale cattolico. È bene che i vescovi si consultino reciprocamente, ma che questo diventi un organismo tale che non possano più fare niente nella loro diocesi senza consultare le diverse commissioni che dipendono dalla conferenza episcopale, ciò è assolutamente inammissibile. È contrario alle leggi della Chiesa che, per i seminari, la stampa, le scuole o il catechismo, il vescovo dipenda da tali commissioni.

L’ecumenismo e le sue conseguenze

– La riforma liturgica

Occorre anche notare le conseguenze dell’ecumenismo, e innanzitutto la riforma liturgica che deriva, a mio avviso, da un ecumenismo falso che vuole né più né meno assimilarci al protestantesimo. Perché ci hanno voluto avvicinare ai protestanti non già attirandoli verso il cattolicesimo, ma al contrario avvicinando quest’ultimo al protestantesimo.

È per questo che sono state cambiate le formule del Santo Sacrificio della messa e anche tutte quelle dei sacramenti, è stato modificato il breviario dei sacerdoti, il calendario. Tutto ciò è stato fatto per evitare tutto quanto potesse dar fastidio ai protestanti. Ma a forza di domandarsi prima di ogni riforma  che cosa pensano i protestanti, si finisce ovviamente per eliminare tutto quello che è propriamente cattolico, tutto quello che ricorda veramente la nostra fede contro gli errori protestanti.

Per esempio, se prendete i nuovi testi per le sepolture, vedrete che non vi è più espressa la distinzione tra il corpo e l’anima, anche se si parla del «principio vitale»; questo è molto grave. Dal breviario dei sacerdoti sono stati tolti tutti i salmi imprecatori, che chiedono a Dio di ridurre a nulla i nemici della religione e della Chiesa. Perché? Dobbiamo ora censurare lo Spirito Santo? Ebbene, è proprio quello che stanno facendo con lo scegliere solamente i salmi che convengono ai protestanti.

Ecco perché anche nella messa, per far piacere agli ebrei, il nuovo offertorio è semplicemente una benedizione ebraica del quarto secolo, di un rabbino che benedice il pasto di famiglia.

Quanto alla trasformazione del Canone, in particolare quella della consacrazione, la ritroverete presso Lutero. Perché anche lui ha aggiunto «Quod pro vobis tradetur» dopo «Hoc est corpus»: «Questo è il mio corpo offerto per voi». Ma Lutero lo ha aggiunto per riprodurre più esattamente la Cena che, per i protestanti, è soltanto un pasto e non un sacrificio.

Ma il Concilio di Trento insegna invece: «Chi dice che alla Cena vi è stato soltanto un pasto e non un sacrificio, sia anatema». Poiché vi è stato un reale sacrificio al momento della Cena: Nostro Signore che separa il suo corpo e il suo sangue e prefigura così il Sacrificio che doveva offrire sulla Croce. Ma i protestanti lo negano e vogliono per l’appunto riprodurre il racconto della Cena soltanto come un pasto commemorativo. È anche per questo che si pronunciano le parole della consacrazione senza differenza di tono e senza soffermarsi in modo particolare su di esse, mentre secondo il messale romano ci si rende conto immediatamente che si sta realizzando un mistero straordinario, quello dell’azione sacrificale della presenza di Nostro Signore Gesù Cristo che continua nella messa il suo sacrificio della Croce.

La concezione protestante è morta perché è soltanto storica: si ripetono le cose che sono state fatte nel tempo. Nella concezione cattolica, al contrario, la messa è un vero sacrificio, quello stesso che è avvenuto sul Calvario. Non ci sono differenze tra il Calvario e la Santa messa, tranne per il fatto che il sacrificio sul Calvario era sanguinoso, e alla messa non sanguinoso; ma nell’uno e nell’altro Nostro Signore Gesù Cristo è vittima e sacerdote. Noi non siamo che suoi ministri, agiamo in persona di Cristo, ma il vero ministro è Lui.

Si comprendono così tutti gli atteggiamenti del sacerdote nel Canone Romano: egli fa una pausa prima di pronunciare le parole meravigliose che produrranno il miracolo più straordinario di Nostro Signore, il mistero che è all’origine di tutta la civiltà cristiana. Non dimenticate questo: la civiltà cristiana si trova tutta intera nelle parole della consacrazione del sacerdote perché l’oblazione sacrificale è la concezione cristiana della vita. Il cristiano deve offrirsi in sacrificio con Nostro Signore, il religioso e la religiosa non sono altro che vittime offerte pubblicamente dalla Chiesa, il sacerdote si unisce alla vittima sull’altare. Tutto ciò ha una ripercussione nella civiltà cristiana, il cui cuore si trova sull’altare del Sacrificio della messa tramite le parole della consacrazione. Ecco perché le nostre belle chiese, le nostre cattedrali, i nostri magnifici santuari, furono innalzati al di sopra dell’altare. Ma per il protestante tutto ciò è morto perché ha una religione solo storica.

Allora, perché ci fanno copiare i protestanti? Perché vogliono che il sacerdote reciti le parole della consacrazione sullo stesso tono di tutto il resto, senza più inchinarsi, con una sola genuflessione dopo l’elevazione? Tutto questo è estremamente pericoloso: a forza di volerci assimilare ai protestanti, lo diventeremo anche noi. I bambini soprattutto, che non avranno conosciuto il modo di fare di un tempo, avranno una mentalità protestante. Quando si chiederà loro che cosa avviene sull’altare risponderanno che è un pasto, un’eucaristia, una comunione, ma non diranno che è il sacrificio di Nostro Signore Gesù Cristo come sul Calvario. Non lo sanno più perché non lo si dice più a loro, non ci si crede più. Persino alcuni sacerdoti iniziano a dubitare della presenza reale. Il Santissimo Sacramento viene posto lontano dall’altare, distribuito da chiunque e comunque, senza rispetto, perché non si crede più alla realtà del Santo Sacrificio della messa.

– La riforma del catechismo

Come altra gravissima conseguenza dell’ecumenismo occorre citare anche la riforma del catechismo, la catechesi. Non si negano, ma si lasciano da parte  alcune verità di cui non si parla più. Non si parlerà più degli angeli, dell’inferno, né del purgatorio, e a maggior ragione del limbo. Si parlerà della Vergine Maria, ma non si dirà più che è stata sempre vergine, non più semper virgo ma virgo soltanto. Si ometterà anche di parlare del peccato originale, eppure tutte queste cose sono essenziali per la nostra santa religione e non possiamo tacerle.

Ci diranno che parlare dell’inferno, del purgatorio o del peccato originale ai bambini procura loro dei complessi, e che non bisogna perciò insistervi troppo. Ci diranno che la nostra religione si deve comunque evolvere e che l’espressione della fede va adattata. Ma trasformando così la catechesi, e questo in tutti i paesi, si finisce per trasformare la fede e per cambiarne il concetto stesso.

Perché la nostra fede, la fede cattolica, è l’adesione dell’intelligenza alla rivelazione fatta da Nostro Signore Gesù Cristo, a motivo dell’autorità di Dio che rivela; la fede protestante è tutt’altra cosa. Essa è, mentre un sentimento interiore ci spinge verso Dio, una protesta interiore di fiducia in Dio. Ora, osserverete che le formule attuali dei sacramenti sono precisamente molto più una protesta della nostra fede che un’espressione di essa, e anche questo è molto pericoloso.

Il battesimo, secondo le nuove formule, è un’iniziazione, un ingresso nella comunità cristiana, più che il riscatto dal peccato originale e la sua eliminazione. Questa sorta di collettivismo si ritrova poi nel sacramento della penitenza, con le assoluzioni collettive.

Osservate, inoltre, che i peccati che si chiede di accusare non sono più i peccati personali commessi verso Dio come la bestemmia, ma i peccati contro la comunità commessi verso il prossimo, come le mancanze di carità.

In seguito, anche la comunione, l’eucaristia, diventa l’espressione della comunità: siamo tutti uniti nella condivisione dello stesso pane. Così la messa è ridotta a una specie di espressione della comunità cristiana.

E l’Ordine? Il sacerdote diventerà il presidente della Comunità, non si parlerà più del carattere sacerdotale che ha ricevuto per offrire il Santo Sacrificio della messa e che lo rende partecipe, per così dire, dell’unione ipostatica di Nostro Signore con Dio, e che lo rende partecipe, di conseguenza, del potere di Nostro Signore di pronunciare le parole della consacrazione e di offrire il sacrificio. No, il sacerdote non è più questo, egli diventa colui che presiede la comunità.

Ed è così per tutti i sacramenti. Il matrimonio non sarà più che la moltiplicazione materiale dei membri della comunità cristiana. Ed ecco che, in questo modo, si dà un’idea collettivistica dei nostri sacramenti senza più occuparsi di quella realtà meravigliosa che è la grazia soprannaturale, con la quale rinasciamo alla vita soprannaturale, siamo incorporati a Nostro Signore Gesù Cristo stesso. Sono due mondi diversi: da un lato rimaniamo in un ambito puramente umano, religioso ma umano, e dall’altro siamo elevati allo stato soprannaturale, alla vita divina, quella della Santissima Trinità, che dobbiamo a Nostro Signore venuto sulla terra per questo. Una bella differenza!

Ecco da cosa deriva tutta la grandezza e la bellezza del sacerdote; e si comprende benissimo che, se l’eucaristia è soltanto un segno della comunione, se il sacerdote è soltanto il presidente della comunità, allora egli si volge verso i fedeli. Se è un pasto, non si distoglie il proprio viso dai commensali, ci si mette ovviamente di fronte a loro. Allo stesso modo, non si darà più il cibo nella bocca come a dei bambini, ed è questo che spiega la comunione sulla mano. Così tutte queste innovazioni liturgiche si comprendono molto bene.

Ma se si ritorna alla nozione di sacrificio, è tutto diverso. Se la vittima, la causa del sacrificio, è realmente presente sull’altare e la comunione è soltanto il frutto del sacrificio, allora, mangiandola, noi partecipiamo della vittima. Parimenti si comprende molto bene che il sacerdote che offre il sacrificio della messa, e che in un certo qual modo si distacca dalla terra per mezzo di quelle parole misteriose e divine, si allontani dai fedeli e stia da solo a solo con Dio, come il Sommo Sacerdote nel Tempio si ritirava una volta all’anno dietro la tenda da solo con Dio, e poi tornava e portava le benedizioni ai fedeli. Si comprende che il sacerdote si rivolga verso il Crocifisso e verso Dio per realizzare questo mistero, e che dopo si giri verso i fedeli per donare loro Nostro Signore Gesù Cristo. E di conseguenza, con quale rispetto, poiché è realmente Dio che è presente, noi dobbiamo inginocchiarci dinanzi a Nostro Signore Gesù Cristo per riceverlo; con un rispetto tale che non osiamo toccarlo con le nostre mani non consacrate, non santificate, ma lo riceviamo sulle nostre labbra! Non dico che sia eretico o invalido ma, cambiando questa concezione cattolica, la riforma liturgica presenta il pericolo grandissimo di farci lentamente assumere una mentalità puramente protestante.

Conclusione

Pertanto, dobbiamo essere molto prudenti e lottare, fino alla morte se necessario, per liberare la Chiesa dai suoi nemici interni. Dobbiamo organizzarci, conservare soprattutto la Tradizione, ed io incoraggio i sacerdoti qui presenti a conservare le tradizioni, la liturgia di sempre, perché allora siamo sicuri di avere sacramenti validi e di rimanere nella verità. Con queste riforme recenti si vede tutto sgretolarsi, la gente perde la fede, non ci sono più vocazioni religiose mentre, non appena si ristabilisce la Tradizione, le vocazioni arrivano, e sono delle buone vocazioni!

Posso dirlo con piena cognizione di causa per il mio seminario, dove i giovani mi danno davvero ogni soddisfazione. Vengono dall’America, dall’Inghilterra, dall’Australia, dalla Svizzera, dalla Germania, dalla Spagna, dalla Francia, da ogni parte, e ritengo di poter affermare che questi seminaristi diventeranno dei buoni e santi sacerdoti, perché sanno che cos’è il Santo Sacrificio della messa, sanno che sono fatti per dare Nostro Signore Gesù Cristo alle anime, e non un pane qualsiasi, che sono fatti per predicare il Vangelo e che non ci si può salvare al di fuori della grazia di Nostro Signore Gesù Cristo. Sì, ne sono convinti, di conseguenza saranno dei missionari, dei veri sacerdoti, ecco ciò che penso di formare a Écône.

Da parte vostra dovete unirvi in gruppi per difendere la fede e insegnare il vero catechismo ai vostri bambini. Scegliete sacerdoti autentici che abbiano ancora la fede, circondateli di attenzioni, difendeteli, per avere la certezza che i vostri bambini apprendano bene la fede cattolica. Occorrono anche delle scuole cattoliche… noi dobbiamo ricreare la cristianità. Non bisogna restare indifferenti e vedere la Chiesa che cade in rovina, ogni giorno un po’ di più, senza risollevarci, dicendo a noi stessi con coraggio che il Buon Dio è onnipotente e che noi possiamo ancora fare qualcosa. Quello che hanno fatto i cattolici per duemila anni, perché non potremmo farlo noi oggi?

Certamente, io passo per un reazionario, un ultra-tradizionalista, perché rifiuto la riforma. Ma posso forse accettarla, mentre essa distrugge la Chiesa? È per questo che vengo attaccato dal potere di sovversione che si trova a Roma: mi chiedono di chiudere il mio seminario e di rimandare a casa tutti i miei seminaristi. Ebbene, in coscienza, penso di dover dire che non posso collaborare alla distruzione della Chiesa.

Termino chiedendovi di pregare, e assicurandovi che prego anch’io di tutto cuore per voi e perché il Buon Dio susciti fra voi i difensori della fede. Certo, voi la difendete già, ma prego Dio di suscitare un’organizzazione che bandisca la divisione fra di voi e vi unisca nella difesa della fede, della liturgia e del catechismo, affinché vi sia ancora una speranza in Spagna come altrove. In Svizzera, in Germania, in Francia, negli Stati Uniti, in Canada, dappertutto i gruppi di coloro che non vogliono vedere la loro fede scomparire diventano sempre più numerosi. Un giorno essi si imporranno ai vescovi che saranno obbligati a riconoscere in loro i veri cattolici, i loro fedeli più sicuri, sui quali potranno fare affidamento per ricostruire la Chiesa.

Per il momento siamo in una rivoluzione generalizzata; allora lavoriamo perché Nostro Signore regni in noi stessi e nella società, e affidiamoci soprattutto alla Santissima Vergine per la quale gli Spagnoli hanno sempre avuto una così grande devozione e della quale hanno sviluppato il culto in ogni luogo. In tutto il Sud America, specialmente in Argentina, in Colombia, le hanno costruito dei templi. In Perù, in Bolivia, vediamo che gli Spagnoli hanno convertito i popoli con il culto della Croce e soprattutto con la Santa Fede. Lo si vede ancora nel nome di quelle città e villaggi che si chiamano Santa Fé o Vera Cruz o che fanno in tanti modi riferimento a Nostro Signore e a Nostra Signora. Tutto ciò è molto bello; occorrerà riprendere la fede vigorosa dei nostri antenati che furono missionari attraverso il mondo e hanno convertito il Sud America.

Nel corso di una riunione episcopale in Spagna, alcuni vescovi che conosco bene, Mons. Castan, Mons. Guerra Campos, Mons. Morcillo che era un amico, mi hanno espresso le loro preoccupazioni. Ho risposto loro di fare attenzione a non fidarsi mai del testo Sulla libertà religiosa, altrimenti ricomincerà la rivoluzione del 1936.

Che il Buon Dio vi preservi dal vedere di nuovo abomini così tragici come quelli che avete vissuto! Se tanti martiri hanno versato il loro sangue perché la Spagna rimanga cattolica, non li svenderemo adesso per ricadere in uno stato peggiore.

Che gli Spagnoli mostrino l’esempio di una resistenza entusiasta, forte e ferma, fondata sulla fede, sull’amore per la Croce e per la Santissima Vergine.

† Marcel LEFEBVRE

 

NOTE

[1] Per esempio il cardinale Ratzinger ha dichiarato a Le Monde il 17 novembre 1992: «Noi non desideriamo imporre il cattolicesimo all’Occidente, ma vogliamo che i valori fondamentali del cristianesimo e i valori liberali dominanti nel mondo di oggi possano incontrarsi e fecondarsi a vicenda».
[2] Dopo l’atroce guerra civile, durante la quale i «repubblicani» spagnoli, sostenuti dall’URSS, accumularono assassinii su assassinii di sacerdoti e religiosi, violarono le religiose prima di ucciderle, incendiarono le chiese e gli istituti religiosi, il generale Franco ristabilì la pace il 30 marzo 1939 con la presa di Madrid, che pose termine alla liberazione del territorio dall’influenza comunista sovietica.

 

(Trad. it. a cura di Carmela Cossa)

Fonte:  http://laportelatine.org/vatican/sanctions_indults_discussions/suppression_fsspx/29_12_1975_conf_lefebvre_vs_liberalisme_barcelone.php

 

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